Raffaele Minotto | Memories

Presso PUNTO SULL’ARTE, Varese

MINOTTO RAFFAELE, Interno illuminato, 2018, olio su tavola, 120 x 150 cm

Per me il soggetto in sé è un fattore insignificante. Quello che voglio riprodurre
è ciò che sta tra il soggetto e me. Altri pittori dipingono un ponte, una casa, una barca:
io voglio dipingere l’aria in cui si trovano il ponte, la casa e la barca;
la bellezza dell’aria che li circonda, e questo è nientemeno che l’impossibile.
L’impressionismo è solo sensazione diretta.
Tutti i grandi pittori erano, chi più chi meno, impressionisti.
Claude Monet

La maggior parte della vernice che uso è fluida, i pennelli sono più bastoni che spazzole e il pennello non tocca la superficie sulla tela: è appena sopra.
Così posso avere più libertà e posso muovermi sulla tela con maggiore facilità.
Con l’esperienza è possibile controllare
il flusso di vernice, in gran parte. E io non uso l’incidente, io nego l’incidente.
Jackson Pollock

QUEL CHE RIMANE.

Muoversi oggi nel mondo della pittura significa non poter prescindere da quello che la storia dell’arte ci ha insegnato. Nessun artista contemporaneo può mettersi a lavorare senza che immediatamente tutto il portato di quello che è venuto prima di lui affiori alla sua mente e alla sua mano. Figli del XX secolo, gli artisti che lavorano oggi sentono più che mai su di sé il peso delle avanguardie. Anche quelli che, come Raffaele Minotto, hanno fatto una scelta di campo precisa, rimanendo al di qua della linea di confine tracciata dal concettuale, restando dunque – o tornando – ai canoni della “bella pittura”, valore che in realtà non si è mai perso. Muovendosi dunque all’interno di uno spazio prettamente classico – quello degli interni domestici, soprattutto, e lateralmente quello del paesaggio – Raffaele Minotto decide di porsi in equilibrio tra due punti cardine della pittura del passato, la rivoluzione della percezione portata in Europa dall’Impressionismo da un lato, e dall’altro la rivoluzione del gesto pittorico nata negli Stati Uniti con Jackson Pollock e sfociata nell’Espressionismo Astratto. Come tutti i migliori giovani artisti contemporanei, Minotto riesce a fondere le due lezioni in una sintesi personale, autentica e originale, facendo di questa sua pittura pulviscolare e vibrante una firma.
Cantore di un’intimità domestica sontuosa, intrisa di echi del passato, elegante, aristocratica, Raffaele Minotto è uno di quegli artisti che hanno eletto quasi un solo soggetto a centro della propria ricerca. Come Giorgio Morandi, che nell’atelier ricavato nella casa dove viveva con la famiglia, ripensava giorno dopo giorno, tela dopo tela, le sue nature morte di vasi e bottiglie fino a conoscere ogni centimetro di quelle superfici, ogni angolazione da cui potesse battere la luce e fino, dunque, a possederne la forma oltre il suo significato, così Minotto ha fatto di un palazzo nel centro di Padova – palazzo appartenente alla nobile famiglia dei Buzzacarini – il luogo della sua inesauribile ricerca. Raffaele ci è cresciuto, in quelle stanze, complice la professione dei genitori. E lì ha giocato bambino, nascondendosi dietro l’ombra familiare delle poltrone morbide, o sotto i tavolini con le zampe intagliate, di cui ha imparato a conoscere ogni ricciolo. Ha provato sotto i propri piedi la consistenza un po’ ruvida dei tappeti, ha accarezzato i tendaggi, ma soprattutto è rimasto ore a guardare come il sole entrava di sbieco attraverso le grandi porte finestre dai vetri piombati e come andava a cadere sul velluto dei cuscini o come danzava sui cristalli del lampadario veneziano. E’ cresciuto nella bellezza, abituando l’occhio ai dipinti di Canaletto e di Padovanino appesi alle pareti, ai grandi affreschi sopra lo scalone, e fissando nella retina l’immagine pacificante e accogliente di quelle stanze piene di sole. Così, quando ha scoperto che il suo destino sarebbe stato quello dell’arte, sono stati quegli ambienti a tornare e a diventare il suo soggetto d’elezione.

MINOTTO RAFFAELE, Salotto blu, 2019, olio su tavola, 70 x 70 cm

E’ il tempo la chiave di questa pittura lenta e istintiva insieme. Per primo il tempo che Raffaele Minotto ha trascorso qui, a Palazzo Buzzacarini, lasciando che il suo sguardo si riempisse di forme, colori e luci. Poi il tempo ritmato della sua pittura (sostenuta da un minuziosissimo disegno a matita e carboncino che ne rappresenta l’ossatura e il senso stesso); ma anche il tempo dell’immediatezza del gesto finale, quello in cui il pulviscolo va a costruire le traiettorie luminose. Il tempo di lettura – anche – perché questi sono dipinti che vanno assaporati lentamente, osservati nel dettaglio: dopo il primo sguardo, quello che abbaglia e fa battere due volte le palpebre, arriva il momento della scoperta, del disvelamento, per certi versi anche del riconoscimento, perché questi ambienti – pur nella loro specificità – fanno parte di un archetipo mentale comune a tutti noi, un archetipo che parla di casa, di famiglia e di memorie. E infatti c’è poi quell’altro tempo, quello trascorso negli anni dentro queste stanze e che noi spettatori possiamo solo intuire, ma che nella sua fuggevolezza ci incanta. Palpita un passato intenso, in questi ambienti, un vissuto che noi cogliamo di riflesso, come traccia di un passaggio, come un sussurro. La luminosità che contraddistingue gli spazi li riempie di vita, certo: non è una casa fantasma, questa. Eppure le presenze che avvertiamo ci appaiono remote, antiche. Quel che rimane è il frusciare leggero di una veste lunga, la traccia appena percettibile del tabacco di una pipa, le confidenze sommesse di due ragazzine forse sveglie da poco e che immaginiamo vestite di trine bianche, i capelli chiusi in trecce morbide un po’ spettinate. Una sensazione che si fa ancora più vivida quando l’artista ci propone le tavole imbandite. Si tratta quasi sempre di una precisa cena, quella di Natale, che a Palazzo Buzzacarini è seguita per tradizione da un concerto. In questi dipinti la luce che cade sulla tovaglia preziosa, che accarezza le bucce dei mandarini sull’alzata a centrotavola, che gioca con il cristallo dei bicchieri, illumina un “dopo” che sa di convivialità, di famiglia e di calore e che lascia una traccia indelebile di malinconia. In passato Raffaele Minotto amava una pittura più pastosa, poi, col tempo, la materia è andata dissolvendosi e la naturale evoluzione del lavoro ha portato l’artista a questa sintesi finissima tra dettaglio e impressione, tra segno e luce. Se si osservano attentamente i suoi dipinti da vicino, si nota come dopo il primo effetto di bagliore l’occhio vada naturalmente concentrandosi verso il segno. Il dettaglio della decorazione sull’anfora d’argento piuttosto che la finezza dell’intreccio del tappeto saltano così immediatamente agli occhi, come se un faro vi fosse stato puntato sopra. Di colpo ci rendiamo conto di come i fiori recisi in quel vaso siano definiti uno per uno. La sensazione è straniante. Ci accorgiamo solo in quel momento che il disegno a carboncino alla base del quadro, con la sua precisa costruzione a chiaroscuro, non è solo una fase preparatoria per la pittura, ma è la struttura portante sulla quale la pittura posa e dalla quale non può prescindere. E l’artista si diverte a confonderci, lasciando appositamente alcune zone del quadro meno dipinte proprio perché questa struttura emerga e si prenda il meritato palcoscenico. La pittura si declina così sopra il disegno con garbo, con rispetto, giocando con le ombre e le luci, costruendo architetture luminose. E poi, in ultimo, arriva il gesto del pulviscolo, quello che chiude il magico cerchio tra Impression, soleil levant di Monet e il dripping Number 32 di Jackson Pollock: Raffaele Minotto prende il pennello, lo immerge nella pittura liquida, e poi con gesti fluidi del braccio, senza toccare la tela, seguendo la direzione dei raggi di luce, comincia a lanciare le goccioline. In verticale, con la tela sul cavalletto. Nasce così la nebbiolina lattiginosa che ci incanta e che ci spinge ad avvicinarci al quadro. E a dare il via all’incantesimo.

MINOTTO RAFFAELE, Bosco invernale, 2017, 50 x 40 cm

Raffaele Minotto ha sempre dipinto anche paesaggi, sebbene non abbiano mai rappresentato la parte maggioritaria del suo lavoro. Ora sta portando avanti una ricerca sui paesaggi invernali. Non totalmente innevati, ma colti nel momento in cui la neve lascia trapelare tracce di terra bruna, interruzioni cromatiche al biancore. Gli piace la neve perché confonde i piani e spezza le costrizioni prospettiche, lasciandogli maggiore libertà rispetto al paesaggio pulito, costruito sulle linee del piano e scandito dalle prospettive degli alberi. Qui, in questi lavori letteralmente gremiti di pittura, la sua pennellata sembra farsi ancora più selvaggia. Non è solo il pulviscolo, ora, a suggerire la libertà dell’espressionismo astratto, ma la struttura stessa del dipinto ne porta le memorie. Le inquadrature sono spesso ribassate, con un’ampia sezione del quadro – quella inferiore – occupata dal terreno. E se un accenno a questo abbassamento dello sguardo si ritrova anche nei suoi interni (con gli intrecci del tappeto che paiono ribaltarsi sullo spettatore, portandolo direttamente dentro il dipinto), qui l’effetto è quello dell’astrazione pura, un’astrazione materica, vibrante, sostanziata di bianchi e di bruni, densa di rimandi che vanno dal gesto selvaggio di Willem de Kooning alla natura brulicante di Anselm Kiefer.

Alessandra Redaelli