SEMI DI SPIRITO è un percorso immersivo nell’immaginario del pittore, popolato dai racconti e dalle letture dell’infanzia, immagini profonde che tornano a vivere sulle sue tele.
Questa nuova serie di lavori segna per l’artista un momento di importante maturazione: un passaggio trasformativo, in cui la pittura diventa strumento per oltrepassare la soglia invisibile delle emozioni.
FARE UN FUOCO
«Cosa saremmo, senza storie.
La nostra vita sarebbe molto diversa, i nostri legami forse meno solidi, le nostre società più fragili.
Ma soprattutto, saremmo diversi come specie. Questo perché l’uomo è l’animale che racconta storie. Fin da quando ha addomesticato il fuoco, e forse persino prima.»
Nicola Lagioia
Cosa saremmo, senza storie. Quelle storie a cui affidiamo i nostri desideri, le nostre paure e, soprattutto, attraverso le quali ci trasformiamo, ci rinnoviamo e ci riconosciamo ogni giorno.
Cosa saremmo senza tutte quelle storie con le quali quotidianamente metabolizziamo il reale e attraverso le quali mettiamo ordine al nostro sentire e alla nostra immaginazione, piena di cose piacevoli a volte, altre volte popolata da paure e pensieri terribili.
Cosa saremmo, senza storie.
Saremmo certamente più spenti, soffocati da una fuliggine di impulsi che non siamo in grado di controllare e incasellare. Non si compirebbe mai quel viaggio dell’eroe teorizzato da Vogler, quel percorso verso l’autoconsapevolezza e la riaffermazione di un sé purificato e rinnovato, una sottile struttura archetipica che sottende a tutte le grandi narrazioni umane. Ogni storia serve a portarci fuori da noi per poi riportarci ad un noi trasformato. Ed è poi attorno al fuoco che l’uomo imparò a raccontare quelle storie, a riconoscere gli altri e a riconoscersi come parte di un percorso condiviso.
«E quand’è che abbiamo incominciato a dipingere? Quand’è che l’uomo ha sentito il bisogno di restituire al mondo ciò che viveva? È forse lì dentro – nel miracolo di guardare le cose con occhi nuovi – che nasce l’uomo?» – si chiede ancora Lagioia.
L’uomo nasce simbolicamente con la pittura. Prima della pittura non si poteva distinguere l’umano dall’animale, prima della pittura l’uomo non si autorappresentava. La mediazione tra la rappresentazione di un mondo interno e la rappresentazione del mondo esterno, e la loro messa in relazione con la necessità di difendere la vita, diede poi origine alle emozioni. Queste emozioni, che si mescolarono alla percezione dello scorrere del tempo, diventarono sentimenti, precursori della coscienza: la consapevolezza di essere tu, proprio tu, a provare e gestire quei sentimenti. Quando ad un certo punto l’uomo non si accontentò più di vedere e sentire solamente ma iniziò a riprodurlo dipingendo, esso nacque per la prima volta.
L’uomo nacque dunque dal buio delle caverne. Dentro quei luoghi di passaggio succedeva qualcosa: la grotta era il luogo capace di trasfigurare quei giovani uomini che con la pittura avevano trovato un modo per raccontare e conversare con l’invisibile. L’uomo che dipinge è infatti assieme fautore e fruitore di quello stesso cambiamento. Nel buio delle grotte con la pittura essi affrontavano l’invisibile, ovvero la propria interiorità; grazie al fuoco poi l’invisibile diventava racconto. E così, da allora, come un fuoco le storie continuano a dare vita alla nostra umanità, e ad accendere la nostra immaginazione.
UN SENTIRE PRIMORDIALE
Perché partire dalle tracce rupestri dei primi uomini per raccontare un percorso di mostra estremamente contemporaneo, che nasce dalla visione e dal talento di un artista giovane come LUCA GASTALDO? Ci si arriverà per gradi.
Prima, occorre fare un passo indietro. Chi è Luca Gastaldo “pittore”, ma soprattutto chi è “Luca”? «Mi sono sempre considerato Luca e non Luca-Gastaldo-pittore. Per me il dipingere è stato un passaggio che c’è stato naturalmente e rappresenta un unicum con la mia vita, con la mia famiglia, con il mio pensiero. Se non fosse anche il mio lavoro, non so se dipingerei, sicuramente cercherei la stessa emozione che ricerco nella pittura.»
Per GASTALDO, come spiega lui stesso, dipingere è una atto di necessità. Non perché al dipingere egli riduca tutta la propria identità, la propria esistenza o il proprio essere, ma perché è attraverso la pittura che egli ha creato un canale di comprensione e mediazione con quell’invisibile che egli porta dentro sé.
Coloro che nel Marzo 2018 hanno visitato l’ultima personale di GASTALDO, Sinestesie, forse ricorderanno la project room in fondo alla sala riempita da cima a fondo da una grande installazione, e la sensazione di ritrovarsi affacciati su un grande pezzo di cielo. Era, quella, quasi una quinta teatrale, una piccola caverna di tele blu dove poter indagare liberamente le proprie sensazioni. C’erano degli appigli per lo sguardo e il pensiero, dettagli luminosi che punteggiavano il dipinto (una casa, delle lanterne) e proteggevano lo spettatore dall’inquietudine e dallo smarrimento. Erano dei piccoli fuochi accessi per la nostra immaginazione.
Quello di GASTALDO era già allora, ed è ancora oggi meravigliosamente, molto più di un sentire neoromantico: è un sentire originario, che ci riporta alla natura universale dell’uomo, alle prime storie, alle prime scintille, alle caverne buie dove nascevano i racconti. La sua pittura è elementare. Si badi bene, non nell’ accezione di banale, scolastica o priva di tecnica, ma semmai come fondata su elementi primari e non su dettagli delineati manieristicamente o morbosamente. Il senso e l’essenza del non detto, dell’invisibile e dunque dell’emozione, prevalgono. È, questo, un dipingere primordiale.
Lo chiarisce bene anche il titolo di questa sua personale, SEMI DI SPIRITO, e lo si comprende chiaramente guardando le nuove opere, tutte punteggiate da elementi emotivi chiave: la luna, la civetta, le torri, la casa lontana, il fuoco. E certo ci sono le figure umane, in una rappresentazione altrettanto essenziale che le fa apparire quasi delle ombre. Sono lì a rappresentare se stesse, certo, ma in fondo anche un po’ l’umanità tutta nel suo insieme.
GASTALDO, e lo fa senza nemmeno imporselo come metodo di lavoro, indica sempre una strada, una luce pilota, come la definisce Chiodetti nel testo critico che accompagna la mostra. Sono traiettorie involontarie del racconto o dello sguardo, nonché dell’emozione che egli stesso prova, primo vero destinatario, come si diceva, del potere della pittura.
«Dipingo quello che mi emoziona senza pensare da subito al fruitore».
C’è una citazione di Cesare Pavese che egli ama ricordare spesso come alla base del proprio lavoro: “Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla, ora soltanto, per la prima volta».
GASTALDO considera la propria arte un unicum con quello che vive. «Tutto la contamina, quello che leggo, che ascolto, che vedo. Ho sempre pensato che se un paesaggio, una luce, una strada emozionano me, possano emozionare anche gli altri».
Le quattro storie che egli ha dipinto fanno parte di una serie di fiabe in audiocassetta che uscivano mensilmente negli Anni 80/90 ed erano dedicate ai più piccoli come lui. «Le ho ascoltate per tutta l’infanzia e le considero parte di me e del mio sviluppo artistico. Le considero, insieme ad altri suoni, alcuni dei semi della mia creatività» ha raccontato l’artista.
Egli tiene particolarmente a questi nuovi lavori, li considera «un percorso nuovo che può aprire nuove strade sia come tematiche sia come tecnica. Lascio che il mio lavoro si rinnovi in un percorso naturale e autonomo, non ricerco il cambiamento. E forse per la prima volta qui rappresento una mia immaginazione, e non un posto che possa avere un riscontro reale».
Si parlava dello sguardo primordiale di GASTALDO verso le proprie emozioni, che poi traspone in storie sulla tela. Questo atteggiamento si ritrova anche nel metodo, artigianale nella sostanza ma solo all’apparenza anacronistico e che lascia anzi emergere tutta la forza contemporanea di queste opere. L’artista si confronta con un momento storico e culturale votato alla velocità, alla dimenticanza, al surplus eccessivo di informazioni che raramente davvero assorbiamo e interiorizziamo. «Il fermarsi davanti ad un quadro e osservarlo per 7, 10 minuti, ascoltando un racconto… credo richieda un impegno, uno sforzo … E le nuove generazioni fanno fatica a farlo».
Le storie, lo ripeteva Vogler, sono sempre frutto di una narrazione prima, che affonda radici profonde nell’immaginario condiviso. Le storie, anche se semplici o sconosciute, «sono oggi un valore umano da non perdere».
SOGLIE
Dove comincia la storia di LUCA GASTALDO? Abbiamo chiesto al pittore di guardarsi brevemente alle spalle, e di rintracciare dei momenti decisivi del proprio trascorso, al di là della carriera, dei successi e delle conferme professionali di cui è ricca la sua biografia di artista.
Uno dei momenti chiave, racconta, fu il cambio di Liceo. Dopo il primo anno di Scientifico, ricominciò dall’Artistico. Un crocevia fondamentale nel percorso di un ragazzo, le Scuole Superiori, un primo momento di responsabilità, di ricerca e autodefinizione personali, nonché un primo salto nell’ignoto. Tutti noi lo ricordiamo nitidamente, chi con un po’ di nostalgia, chi con un po’ di rimorso. Fu anche per GASTALDO una prima fondamentale svolta, che i suoi genitori accolsero con disponibilità ma di cui lui stesso ancora non ne intuiva gli sviluppi.
Un altro momento fu certamente la perdita del padre, durante gli anni dell’Accademia di Belle Arti in Brera. Da quel momento «c’è stata una svolta, sia di tematiche, sia di atteggiamento. Mi ha dato la spinta per approfondire il valore che davo alla mia pittura, sondarne il significato, anche dal punto di vista lavorativo».
La possibilità di conciliare il lavoro di pittore con il desiderio di costruire una famiglia si schiuse con un terzo importante momento o, meglio, grazie all’aiuto di sua moglie. «Credo che il suo sostegno sia stato fondamentale, soprattutto nei primi anni, sia a livello economico che di libertà di tempo. Questo ha anche responsabilizzato il mio dipingere, aiutando a mio parere anche la qualità del lavoro».
Senza perdersi in una vita “d’artista”, racconta infine GASTALDO, egli è rimasto attaccato ad una vita reale fatta di tanti momenti al di là della pratica in studio, che comunque contribuiscono a nutrirla nel profondo, che sia il cucinare, o il godersi i momenti in famiglia.
E sono proprio quei momenti esterni a muoverlo poi all’atto originario del dipingere, la prima vera soglia da cui è emerso l’ uomo.