Studio Visit | MARIKA VICARI

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Marika Vicari è stata intervistata in vista della sua prossima mostra bipersonale Naturae presso PUNTO SULL’ARTE. Buona lettura!

VICENZA. Rami e radici, neve e sottobosco cosparso di foglie, il cielo lattiginoso e uniforme dell’inverno. Il bosco è in sonno, o meglio attende, sa che prima o poi i visitatori arriveranno per godere del silenzio e della purezza, per ricaricare le loro batterie di uomini angosciati e stressati, fagocitati da una civiltà spersonalizzante e vanesia. Il bosco di Marika Vicari respira e canta, ma il suo è un canto sommesso, da ascoltare con orecchi sensibili, camminando come in un santuario.

«Dobbiamo renderci conto del grande privilegio che ancora abbiamo, quello di poter andare nella natura, esplorare un bosco, farne parte assieme agli alberi e agli altri esseri viventi», spiega Marika Vicari, nata a Vicenza nel 1979, diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti e laurea in Progettazione e Produzione delle Arti Visive all’Università degli Studi di Architettura di Venezia.

Work in progress
Work in progress

Un percorso il suo, che incomincia da bambina, quando a 4 anni chiedeva i colori alla mamma per dipingere sulle pareti.

Marika Vicari: «Sono sempre stata affascinata dall’arte, da matite e colori, Non ho un particolare imprinting familiare, anche se mia madre è ceramista, il mio è un percorso del tutto personale. Oltre a dipingere, infatti, mi occupo della curatela di progetti di altri artisti in diverse parti del mondo, così riesco a unire ricerca e confronto».

Mario Chiodetti: La sua è una pittura figurativa, è sempre stato così?

M.V.: «Direi di sì, anche se all’inizio della mia attività spaziavo tra pittura, scultura, incisione e architettura, e qualche volta ho anche virato verso l’astratto. In un primo tempo dipingevo con acrilici e olio su tela e carta, poi ho incominciato una ricerca in vari materiali come legno e grafite, più puri e semplici, e ho fatto scelte formali precise. Per la mostra “Naturae”, che tengo a Punto sull’Arte, ritorno al piano pittorico, con lavori su carta e acquerello».

M.C.: Il tema delle sue opere sono sempre gli alberi, ma questa volta cambiano colori e atmosfere.

M.V.: «La mia ricerca si svolge attraverso due tecniche, una più grafica e l’altra pittorica. Il tema del lavoro è il tempo degli alberi, diverso dal nostro, che noi siamo chiamati a rispettare. Ho immaginato un percorso nell’immagine che svela il nostro rapporto con la natura e con gli alberi, pieno di contraddizioni. Il mio scopo è quello di generare comunicazione tra me e lo spettatore, in maniera meno romantica e più ironica. Ho scelto colori naturali, gli stessi dei ghiacci dell’Antartide, i bianchi e i blu, esempio di una purezza che stiamo distruggendo».

M.C.: Il cambiamento climatico è ormai un fatto più che evidente e drammatico: quale il compito dell’artista nei confronti della collettività?

M.V.: «Noi occidentali, purtroppo, siamo distanti dal comprendere a fondo l’emergenza climatica, e sta a noi artisti ridurre la distanza con la comunicazione visiva. Dobbiamo permettere agli altri di “mettere gli occhiali”, abbandonare il nostro mondo fatto di consumi e abbracciare nuove realtà».

M.C.: Lei è moglie di un altro pittore, Jernej Forbici, anche lui impegnato nel denunciare, attraverso le sue opere, i guasti ambientali.

M.V.: «Entrambi comunichiamo il nostro pensiero, il mio è un lavoro più sotteso, mentre Jernej è molto più esplicito nel rendere manifesti i danni che l’industria ha creato all’ambiente. Il nostro non è soltanto un discorso ambientalista, ma etico e sociale. L’uomo vede la natura soltanto come una risorsa da sfruttare, mentre è un bene sempre più raro e va preservato. Io nei miei quadri reinvento un paesaggio che tra un po’, se continueremo a distruggere le foreste, non esisterà più, e il “gioco” è il comunicare all’esterno questo allarme attraverso la pittura».

M.C.: Cosa la unisce e cosa la divide con suo marito Jernej?

M.V.: «Siamo diversi ma complementari. Lui usa il colore pieno, io no, Jernej è molto materico a differenza di me, poi usa spesso la fotografia come appunto, mentre io faccio schizzi. Abbiamo studi separati ma anche uno in comune, dove spesso lavoriamo assieme. Io però amo il silenzio quando dipingo, mio marito mette musica assordante, nel mio studio c’è un ordine “chirurgico”, nel suo un caos totale. Però leggiamo molto insieme, abbiamo una grande biblioteca e poi ci confrontiamo con altri artisti. Più volte abbiamo esposto in coppia, l’ultima volta a Parigi. Adesso anche nostro figlio Jakob, di cinque anni, mostra interesse per la pittura e la musica. Frequenta i nostri studi, chiede i colori e crea, ha già talento, capisce la spazialità delle cose».

M.C.: Quali sono le sue passioni al di fuori della pittura?

M.V.: «Amo viaggiare e immergermi nel bosco, lo misuro con gli occhi, i piedi e tutto il corpo. Occorre spogliarsi di sé stessi e ascoltare la natura, e riflettere sul tempo e il privilegio che ancora abbiamo di poterne fruire».

M.C.: Lavorare in un piccolo paese come Creazzo, nel Vicentino, dove vive, aiuta o ostacola?

M.V.: «È una scelta maturata anni fa, il paese è tranquillo e aiuta a lavorare in pace, però io e mio marito viaggiamo spesso, e a volte abitiamo in Slovenia, dove Jernej è nato».

M.C.: Nella mostra di Varese in programma a PUNTO SULL’ARTE dal 15 marzo 2020,  quante opere porterà? Trova una consonanza in qualche modo con i lavori di Ottorino De Lucchi che esporrà con lei?

M.V.: «Circa 50 lavori, piccoli e grandi formati. Sì, in qualche quadro c’è un aspetto analitico del dettaglio, come i fiori e le foglie tra la neve, che ha un’affinità con la ricerca di De Lucchi».

Mario Chiodetti

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