UN-REALITY è un viaggio fatto di scorci del paesaggio urbano italiano, da vivere in equilibrio tra il reale e il surreale: un percorso che si snoda tra piazze e monumenti silenziosi, ponti e tangenziali desertiche che da Roma, Bologna, poi Parma e Milano, ci riconducono nella stessa città di Varese, ritratta in alcuni lavori inediti.
LA DISSIPAZIONE
«Sto scoprendo che l’eterno, per me, che lo guardo da un’orbita di parcheggio, è la permanenza del provvisorio», scriveva in “Dissipatio H.G.” Guido Morselli, uno dei più grandi scrittori del Novecento, nato a Bologna e vissuto tra Gavirate e Varese.
Morselli immaginava di essersi risvegliato in un mondo e una società spogliati dalla presenza dell’uomo e, con essa, del tempo. Rimaneva così solo, sospeso, in un’esistenza dalla durata indistinta, in compagnia delle cosedella vita (gli oggetti, gli spazi), così come dei propri pensieri, delle proprie sensazioni, delle proprie emozioni e paure.
Quando affrontiamo di sguardo e di petto la potenza geometrica e cromatica delle opere di MAURO REGGIO non è difficile ritrovare le suggestioni di quelle pagine, tra i capitoli più importanti della grande Letteratura del secolo scorso: «Tutto a posto e in ordine ma immobile e fuori del tempo, perché è l’uomo che fa il tempo delle cose, e non si vedeva un uomo. Non ne rimaneva uno.»
Nelle opere del pittore romano si incontrano – e rinnovano l’un l’altra felicemente – la precisone degli studi accademici, il cromatismo della Scuola Romana, l’esperienza metafisica, le arguzie surrealiste e certamente una sensibilità urbana tutta contemporanea. MAURO REGGIO sveste i monumenti e le città di tutto il superfluo e di tutto l’attuale, li libera dalla sporcizia, dai graffiti, dal traffico, dai fumi, dalle persone, lasciandoli nel più profondo silenzio ed estraendone una visione depurata e desertica. «Crisopoli è vuota».
IL SILENZIO
Grazie ad un uso studiatissimo del colore e alla predilezione per tinte brillanti e stranianti – ormai un tratto distintivo dell’artista oltre che elemento quasi centrale in ogni opera – ogni presenza architettonica è evidenziata a tal punto da emergere sulla tela in tutta la propria essenza. La pittura di MAURO REGGIO dà voce alla forma dando forma al silenzio, e attraverso di esso la mente può viaggiare senza condizionamenti.
La dissipazione di ogni perturbazione, fisica ed emotiva, contribuisce alla sospensione del clima urbano, ricreando un’irrealtà che assorda ogni sensazione percettiva.
«Ciò che ‘fa’ il silenzio e il suo contrario, in ultima analisi è la presenza umana, gradita o sgradita; e la sua mancanza. Nulla le sostituisce, in questo loro effetto. E il silenzio da assenza umana, mi accorgevo, è un silenzio che non scorre. Si accumula.» – scriveva Morselli.
Ogni tela è dunque carica di assenze e di tensioni – tra luci e ombre, tra linee dritte e curve, tra pieni e vuoti, tra tinte calde e fredde. Ci sentiamo accolti e minacciati, osservatori ed osservati. Ci scopriamo visitatori di un «sottovuoto impeccabile», come scrive la curatrice nel testo critico che accompagna la mostra. La nostra bussola spaziale (prossemica) e visiva sono ovattate, i nostri pensieri compressi a tal punto da poter deflagrare in ogni direzione.
IL REALE IDEALE
La sensazione di straniamento che i dipinti di MAURO REGGIO ci trasmettono non è dovuta ad un elemento di finzione: è una pittura che nasce dal vero, dagli spazi e dalle città che quotidianamente percorriamo e occupiamo. Tuttavia l’opera non è una restituzione realistica, fotografica, della forma urbana. L’artista sceglie prospettive, luci e colori e dunque l’impatto percettivo degli spazi, creando atmosfere sospese, mai univoche. Grazie all’attenta sintesi e ripulitura, riscopriamo le forme essenziali (ideali) del reale, e proprio nel ritrovato silenzio queste fragorosamente ci colpiscono.
La dissipazione della presenza umana e la minuziosa «bonifica del dettaglio stridente» sono necessarie perché «la bellezza in sé, l’osso della bellezza, possa essere fruita senza ostacoli» – aggiunge Redaelli.
In questa bellezza priva di momenti temporali precisi, dove uno scorge i colori dell’alba un altro vede le atmosfere del tramonto, dove uno trova pace l’altro si smarrisce.
È proprio il cielo, dunque, ad avere spesso la tinta più antinaturalistica della scena, ed «è deciso alla fine, per esaltare il resto, per farlo uscire fuori dalla tela», nota la curatrice. Ecco dunque i cieli lilla, i verdi e gli arancioni, non semplice quinta alle opere dell’uomo ma presenze imponenti che si stagliano al contempo contro e a favore dell’architettura sottostante, magnificandola. Tinte assolute, imperturbate. Cieli sordi, impenetrabili, dominati da una calma e gravità surreali che pesano sulla città, nei quali nessun moto dell’animo umano trova davvero consonanza e dove al contempo ogni tempesta interiore è inibita.
Sul finire dell’esperienza visiva di questa mostra emerge l’ironia, che sempre accompagna sul rovescio lo sguardo amorevole e apprensivo che rivolgiamo verso le storture del presente. Guarda – vien da pensare – quanto grande e insondabile è l’opera dell’uomo, e quanto superflui siamo noi, i creatori, a confronto.
Ricordiamo tutti molto bene quando alla TV passavano, solo pochi anni fa, le immagini di tutte quelle città deserte e silenziose, immagini che oggi sembrano appartenere sempre di più ad un passato condiviso ma immaginario. Le guardavamo allora con timore e meraviglia: c’era voluto così poco – il nostro dissiparci – per riportare quei luoghi alla loro imperturbabile bellezza. O come scriveva infine Morselli, «O genti, volevate lottare contro l’inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante».