Silvia Levenson | Focus

Posted on

C’ERA UNA VOLTA…

Le favole rappresentano per molti nostalgici un dolce ricordo della propria infanzia, un momento di serenità e distensione prima del sonno al termine di una giornata di giochi. Grazie alla loro capacità di immergere l’ascoltatore in una soffice nuvola rosa, ogni preoccupazione giornaliera sembrava allontanarsi, così come gli incubi più terrificanti.

Gli individui più realisti e dall’occhio più analitico invece riconoscono in esse ampie metafore della vita adulta, ove i grandi valori universali impersonati da eroi e aiutanti fatati diventano così facilmente comunicabili ai bambini, mentre i momenti di maggior difficoltà prendono le sembianze di mostri spaventosi e draghi sputafuoco. In questo caso, le favole riescono a costruire una prima linea guida che aiuta i bambini di tutto il mondo a organizzare in categorie la propria limitata realtà. E così, imparano a destreggiarsi nella vita quotidiana secondo la prima imperativa distinzione tra Bene e Male: ciò che appartiene alla prima classe è solitamente morbido, profumato, colorato, pulito; alla seconda è invece riconducibile ciò che sporca, che fa rumore, che taglia, che morde ed emette un cattivo odore. Ogni bambino sa che deve essere attratto da ciò che è bene e stare lontano da ciò che è male, se non vuole essere severamente rimproverato. Crescendo, questo confine così marcato tra il buono e il cattivo si fa sempre più sottile e ciò che una volta era scontato diventa sempre più sfocato. In un’analisi postuma del proprio vissuto e della propria infanzia, ciò che un tempo era considerato il proprio ambiente sicuro potrebbe rivelarsi in realtà pieno di insidie e tensioni quotidiane e, una volta terminato l’effetto dell’incantesimo, da castello incantato potrebbe rapidamente trasformarsi in una giungla oscura.

Allora, diventa necessario costruire un’illusoria realtà in cui vivere, da mostrare fieramente a chi non ne fa parte, come si fa con una foto di famiglia dalla cornice argentata posta sopra il caminetto. Tutti sorridenti nel proprio abito più elegante, si prende parte al momentaneo scatto in modo da fissare nel tempo un fuggevole attimo di finzione. La messinscena è portata avanti giorno dopo giorno agli occhi degli spettatori esterni, ma anche le case delle bambole nascondono i propri scheletri negli armadi.

Allontanata ogni illusione, le favole non costituiscono che un sedativo contro gli episodi più spaventosi, quelli che caratterizzano la vita di tutti i giorni e sono ben nascosti da sguardi indiscreti tra le mura della propria casa. Le violenze reiterate e gli abusi abituali, soprattutto se subiti alla più tenera età, marcano indelebilmente il vissuto, diventando così tratti costitutivi di una persona, riflettendosi nelle proprie azioni e nei propri comportamenti. In questi casi, l’oppressione subita diventa innegabile e, lentamente, sempre più evidente e difficile da mascherare. Occorre così correre ai ripari, affidarsi a supporti esterni, affinché le proprie espressioni non tradiscano una più profonda ferita e le mura della propria casa non diventino trasparenti come vetro.

Silvia Levenson ci racconta diverse storie attraverso la sua narrativa pungente. Grazie a una grande dose di ironia, smaschera la farsa della vita quotidiana e mette a nudo vittime e carnefici. Nelle sue opere, infatti, l’artista, attraverso pochi elementi, è in grado di costruire favole per adulti, in cui il triste finale è fin troppo facilmente intuibile. E così, davanti a Finchè morte non ci separi, non rimaniamo così stupiti nel trovare all’ultimo piano della torta nuziale in vetro una bomba a mano rosa al posto della statuina coi due sposini. L’allusione è subito chiara: la vita coniugale, a cui il matrimonio introduce come una dolce luna di miele senza fine, diventa a volte una guerra fredda, una situazione delicata da maneggiare con cura. Allora, gli sposi lavorano assiduamente come artificieri, in modo da prevenire la disastrosa esplosione.

Aldilà del virtuosismo tecnico, la maestria di Levenson consta nell’approcciare temi estremamente sofferti nella società contemporanea in maniera sapientemente velata, ma al tempo stesso schietta e trasparente quanto il materiale che utilizza. Le sue sculture in vetro, infatti, trattano di abusi domiciliari, a cui l’artista rimanda attraverso lamette, coltelli, e chiodi resi familiari attraverso l’associazione con oggetti di uso quotidiano, in morbide nuances pastello: un vestito scamiciato, una poltrona, un paio di infradito.

Queste realtà sono tristemente note all’artista, sia per episodi personali che per i numerosi delitti commessi nei confronti delle donne nella sua terra natale: in Argentina, tra il 2015 e il 2021, 1.717 sono state le vite spezzate dal fenomeno del femminicidio. Una ogni 31 ore.

E così, ammaliati dal luccichio delle superfici riflettenti, rimaniamo stregati dal racconto dell’artista: c’era una volta una principessa, la quale, fatto il suo debutto in società, si accorse che la realtà era leggermente diversa da quella immaginata. Il corpetto del suo vestito, che le dona quella vita affilata così in voga tra le giovani, è doloroso e stretto da graffette appuntite fino a non permetterle di respirare. La gonna è ampia, ma al suo interno corrono cerchi di filo spinato, che ad ogni passo avanti, gli feriscono le gambe. Si ritrova costretta in una realtà imposta e le manca il fiato per chiedere aiuto.

In questo tagliente contrasto tra vita quotidiana e incubo, Levenson è in grado di infondere alle sue sculture un’aura surreale, ma che tristemente non ci preclude dal riconoscere gli oggetti come familiari. Questo senso è alimentato dall’artista stessa che attribuisce alle sue opere titoli ironici carichi di significato: la borsetta che nasconde al suo interno una mannaia in Sono una signora, io riflette la femminile necessità di protezione derivante dalla paura percepita al di fuori delle mura del proprio focolaio domestico.

 Cosa fare, però, se la propria casa è il primo luogo in cui si subisce violenza? In Tutto è in ordine, caro, Silvia Levenson è abile nel presentare questa mostruosa realtà disponendo su un tavolo una serie di oggetti acuminati (coltelli, forbici e martelli), ciascuno dotato della propria etichetta, come tante prove ritrovate sulla scena del delitto. Il titolo ironico, associabile all’ambiente domestico governato da casalinghe sorridenti propinato dalle pubblicità prodotte negli anni ‘50, è in grado di trasmettere la subordinazione della vittima di fronte al proprio carnefice, che non deve fare altro che scegliere la propria arma. La prima violenza, quella psicologica, però è già compiuta.

Uno scenario simile viene proposto dal video “Something wrong” prodotto da Silvia Levenson e Natalia Saurin nel 2005: in una deliziosa cucina rosa, una donna prepara l’impasto per dei biscotti, aiutata dal suo compagno. Tra i principali ingredienti, una dozzina di pillole di Prozac, un potente farmaco antidepressivo. Dopo poco però, l’idillica scenetta si trasforma in una lite e, tra spintoni e manate, il corpo della donna finisce presto esanime sul bancone.

Le benzodiazepine, utilizzate per combattere ansia e insonnia, costituiscono un altro dei soggetti presenti nella narrativa dell’artista, che li presenta come Life strategies, ovvero strategie di vita: nell’omonima opera, una sedia bianca poggia su tante piastrelle colorate, ognuna delle quali ospita il nome di un farmaco diverso, a formare una solida base, per affrontare la vita di tutti i giorni, o ancora uno spesso tappeto, sotto al quale nascondere lo sporco.

La violenza domestica è tra le più pericolose perché coinvolge tanto il proprio corpo quanto la sfera emotiva, ferendo prima di tutto il cuore. L’artista lo sa e ce lo racconta attraverso le sue opere: così, il delicato cuore rosso di Piccoli incidenti domestici presenta, vivida al centro, una grossa lacerazione. A rimarginare la ferita (senza successo), Levenson pone qualche graffetta sgangherata.

Le favole di Silvia Levenson non hanno il lieto fine e ci sussurrano all’orecchio fatti che tristemente già conosciamo, situazioni di violenze reiterate che troppo spesso oggi culminano in tragedie da cronaca nera, verità taglienti come esplosioni di granate di vetro.