Ribot Gallery – vis à vis Monica Bottani

Ribot Gallery

Presso Ribot Gallery, Milano

WoMA: Monica, quando e come hai deciso di intraprendere la carriera di gallerista e di iniziare qui da Ribot?

Ho sempre amato l’arte e ho seguito questa mia passione innanzitutto frequentando l’Accademia di Belle Arti e poi l’università, dove mi sono laureata in Storia dell’Arte, perché in un certo senso sentivo di aver bisogno di una formazione adeguata in questo campo. Parallelamente allo studio, ho fatto molta esperienza nel settore pubblico, nei musei, e in quello privato, lavorando in una galleria di arte contemporanea di Milano. Per dieci anni ho potuto “imparare il lavoro”, ricoprendo tutti i ruoli possibili all’interno di una galleria, riuscendo a perseguire obiettivi di natura culturale che spesso non è facile realizzare operando nel settore pubblico. Poi, a 36 anni, mi son detta che dovevo provare a camminare finalmente con le mie gambe; così ho deciso che era tempo di aprire una galleria mia, e vedere se riuscivo a trasformarla in un lavoro che avrei potuto fare per tutta la vita. Sono completamente da sola in quest’operazione, faccio tutto seguendo uno dei miei punti di forza, l’ esperienza: è questa la mia passione e per questo ho creato la Galleria Ribot. Ribot è il nome di un cavallo da corsa, il cavallo da corsa più importante del secolo scorso in Europa.La cosa interessante è che inizialmente non sembrava all’altezza degli altri purosangue, ma non appena gli è stata data l’occasione, ha vinto tutte le gare, superando tutte le aspettative e restando un grande campione per tutta la sua vita. Ecco che il nome che ho scelto è una sorta di scommessa, non tanto su di me ma sugli artisti che presento in galleria. Vorrei che tutti questi artisti su cui ho deciso di investire fossero dei Ribot, con la stessa prontezza di spirito.

WoMA: Essendo passata dalla sfera pubblica a quella privata hai avuto modo di fare qualche riflessione su quello che ti è piaciuto e quello che non ti è piaciuto di queste due realtà? Cosa poi ti ha spinta a cambiare?

Innanzitutto, nel campo dell’arte, una delle differenze più ovvie tra settore pubblico e privato consiste nella divisione dei compiti. Nel pubblico, ogni impiegato ha una sua specificità, quindi si occupa di un ambito particolare o di un singolo segmento della grande macchina organizzativa che è un museo. Ad esempio, pensate a quanto sono separati il ruolo del curatore, la logistica, l’ufficio stampa. Questo non avviene nel settore privato, e soprattutto in Italia. Qui, i compiti spaziano dall’appendere un quadro, allo scrivere un comunicato, al parlare con artisti o collezionisti, a tanti altri ancora. Dunque, ciò che mi piace è proprio questa possibilità di avere una visione più completa di ciò che la pratica comporta. Un altro elemento che mi ha spinto al passaggio da pubblico a privato è la grande libertà di iniziativa che il settore offre. Ovviamente le risorse sono limitate ma ciò vale anche per il pubblico, dove non esiste un interesse singolo ma c’è un sistema ben più grande da rispettare. Poter prendere decisioni, basandomi solo su ciò che per me è l’opzione migliore, mi si addice di più.

Ribot Gallery
Ribot Gallery

WoMA: In questa galleria, qual è il profilo di artista che ricerchi e che promuovi?

Ho pensato che fosse giusto iniziare il percorso della galleria relazionandomi con artisti della mia stessa età, quindi a metà carriera, artisti che hanno già un background ma che alla fine non hanno ancora fatto il loro corso, né tuttavia possono essere considerati emergenti. Cerco ciò che più mi appartiene. Artisti della mia età con un target internazionale. Le prime mostre sono state di un artista tedesco, poi di un inglese e ora sono di una ragazza greca. Abbiamo voglia di portare a Milano artisti non ancora visti, così che la loro prima personale la ospiti Ribot. Infuturo vorrei promuovere un numero maggiore di artisti italiani, per mostrare cosa sta avvenendo oggi nel settore, e per avvicinarmi ad un’audience più giovane: sono le nuove generazioni a determinar il futuro dell’arte contemporanea, e penso sia importante non dimenticarlo, anzitutto per la mia crescita personale. Il percorso della Galleria è anche un modo di vivere, perché essere un gallerista non significa solo concludere affari e avere guadagni. Essere galleristi significa vendere un sogno, vendere una sensazione, e crescere insieme agli artisti. Secondo me, i bravi galleristi sono quelli che lavorano e crescono accanto agli artisti, portando con coraggio opere, idee ed eventi, che prima non c’erano, in Italia, facendone una filosofia di vita totalizzante.

WoMA: Anche la scelta degli artisti, quindi, richiede molta audacia. Ottieni un riscontro positivo da parte degli acquirenti delle opere che tratti?

Anche se uno dei miei primi obiettivi è vendere una sensazione, non dimentico che questa d’altro canto è un’azienda e che alla fine del mese ci sono pur sempre delle bollette da pagare. Sono molto consapevole di questo impegno perché, come ho detto prima, non ho sovrastrutture o investitori a coprirmi le spalle, e devo fare affidamento unicamente sulle mie sole forze. È vero, qualche volta è dura, ci sono molte spese da sostenere, ma ciò che conta per me è portare avanti questa mia visione. Ad ogni mostra affianco sempre un’edizione d’artista con una tiratura limitata di otto/dieci esemplari, che dia la possibilità, con una cifra più modesta, di comprare un’opera d’arte. Così, quando qualcuno, che non aveva mai sperato nella vita di poter un giorno acquistare un’opera d’arte, investe anche solo una piccola somma nell’arte contemporanea, sento di aver raggiunto il mio scopo. A Milano ci sono molte persone interessate all’arte contemporanea ed è sempre una soddisfazione quando un collezionista entra nella galleria, e riconosce, osserva e compra l’artista che sto esponendo. Le difficoltà ovviamente non mancano e occorre bilanciare i propri obiettivi alle proprie risorse, per raggiungerli. Poi io ho ancora tutto da dimostrare, sono partita ad Aprile e ci vorranno ancora degli anni prima che la galleria si sia strutturata completamente: io comunque sono pronta a provarci.

Ribot Gallery
Ribot Gallery

WoMA: C’è un ritorno generale alla tradizione, all’artigianalità, a queste forme d’arte che come dici tu stanno andando un po’ perdendosi, ma alla luce dell’innovazione tecnologica cosa ne pensi dell’arte digitale e dei nuovi mezzi d’espressione artistica?

Credo siano inevitabili perché tutti usiamo i mezzi digitali continuamente. Poi credo che un ruolo importante l’abbia anche il personale background di ognuno: ad esempio, io non sono particolarmente attratta dalla video-arte, anche se è molto importante e lo sarà nella sua evoluzione futura, grazie alle possibilità che offre nella gestione dell’opera. Infatti avere a che fare con una scultura comporta numerosi sforzi fisici, anche a livello di spazio di stoccaggio, d’esposizione, di trasporto. La video-arte non necessita di tutti questi accorgimenti, e questo è sicuramente un grande vantaggio, perché ipoteticamente un giorno qualcuno potrebbe anche avere una ricchissima collezione di video-arte in una valigetta. Penso perciò che la percezione dell’arte digitale dipenda sempre dalla sensibilità di ognuno verso i campi artistici che ancora ci sono sconosciuti.

WoMA: rimanendo nel campo digitale, credi che in futuro potranno esserci servizi digitali a favore delle gallerie, che possano ad esempio aiutarle a colmare eventuali mancanze?

Ormai nel mondo digitale è possibile acquistare opere d’arte su migliaia di siti e le persone non sono più abituate ad andare nelle gallerie. Il numero medio di clienti di una galleria è limitato, ma la possibilità di accedere a tutto con un clic incoraggia ulteriormente la pigrizia. Ma resto convinta che un’opera d’arte debba essere percepita fisicamente dai collezionisti, perché solo allora essi possono vedere se da qualche parte c’è empatia o meno con lei, se piace loro davvero o no. Nel mondo dell’arte l’impulso all’acquisto è anche dettato dalla fisicità dell’opera davanti ai nostri occhi; non so se questo ostacolo sarà mai superato, o almeno, spero di no (ride).

Penso che il digitale aiuterà a migliorare vari elementi utili a una galleria, come il sistema delle relazioni pubbliche e le varie forme di e-commerce. Nella mia esperienza, raramente un collezionista è venuto fisicamente alla galleria e ha comprato un lavoro dopo averlo visto sul sito web, ma il mondo dell’arte è cambiato molto, quindi non escludo nulla.

WoMA: Tutto vero, Monica, e con ciò hai anticipato la nostra prossima domanda. Com’è cambiato negli ultimi anni il mondo delle gallerie d’arte? Che consigli daresti ai più giovani?

È cambiato moltissimo. Un fattore che ha profondamente influenzato questo cambiamento è, a mio avviso, la presenza di aste e case d’asta, che hanno aperto le loro porte non solo ai commercianti ma anche direttamente ai collezionisti, soprattutto grazie all’avvento di Internet. In generale, quindi, la concorrenza tra i partecipanti alle aste è aumentata, e talvolta questo comporta un innalzamento dei prezzi non giustificato dal valore reale delle opere. Inoltre, ora viviamo una vita più frenetica e abbiamo sempre meno tempo per le nostre passioni, quindi anche il modo in cui la gente compra l’arte è cambiato. Basti pensare al numero anormale di mostre che vengono organizzate annualmente, in cui è possibile vedere centinaia di gallerie e un numero ancora maggiore di artisti, tutti nello stesso contesto.

Il consiglio che sento di dare ai giovani è: FATE. Non abbiate paura del cambiamento – che è inevitabile – e date vita ai vostri progetti, provate, accumulate esperienza per essere in grado di dare forma i vostri pensieri e il vostro gusto, capendo che sei più empatico con uno stile e non con un altro. Ricordo che molte volte ho lavorato non solo per un obiettivo economico, ma anche per imparare le cose, perché il detto “impara l’arte e mettila da parte” è vero. Ho sempre pensato di avere l’energia per fare di più e conoscere più persone, e così ho fatto, piuttosto che rimanere in una dimensione chiusa, e tutto ciò che ho fatto mi è tornato utile nella mia vita in un modo o nell’altro.

Non consiglio di dire “No, non posso”: nella mia vita ho fatto follie per fare cose che forse avrei potuto considerare una perdita di tempo, ma non me ne pento affatto: coloro che hanno più esperienza di te percepiscono questo tuo desiderio di imparare e anche di fare errori, e lo apprezzano davvero. Fate qualcosa, perché solo chi fa qualcosa ottiene qualcosa.

Anni Wu, Giorgia Papaleo