Lene Kilde | Focus

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I BAMBINI D’ARIA DI KILDE

Fantasia, leggerezza ed emozione sono alcune delle parole che prontamente ricondurremmo alla realtà infantile, poiché ai bambini calzano facilmente a pennello, come guanti cuciti su misura. Ne caratterizzano il comportamento e sono alla base dei loro pomeriggi di giochi, facendo di essi dei piccoli esploratori di terre immaginarie e lontane.

 

Prima di tutto, la fantasia permette loro di costruire storie, quelle da raccontare e quelle a cui prendere parte come piccoli attori nei giochi di ruolo. Infatti, ogni bambino gode della fortunata situazione di aver a disposizione un’inesauribile generatore di idee da cui attingere e, di conseguenza, illimitate combinazioni e possibilità di organizzare i propri pomeriggi. Ciò fa sì che i bambini riescano, anche con pochi oggetti a loro disposizione, a inventare racconti e cimentarsi in attività ludiche senza fine.

I bambini dispongono della capacità di vivere con leggerezza gli accadimenti della giornata. Senza l’esperienza necessaria ad attribuire il giusto peso e gravità agli eventi, non conoscono la nozione di rischio, garantendosi una condizione di vita slegata da limiti e barriere. Questo potenziale contribuisce a rendere ogni scenario possibile, credibile e realistico.

Infine, la forte predisposizione all’emozione spontanea, derivante dalla meraviglia di concedersi alla vita con uno sguardo fresco e privo di preconcetti, rende i bimbi degli inguaribili curiosi, attenti a tutti i movimenti che li circondano.

Grazie alla compresenza inconscia di queste tre caratteristiche, quella dei bambini si configura come un’esistenza libera, la cui essenza naturale viene abilmente catturata nelle sculture dell’artista norvegese Lene Kilde (Rælingen, 1981).

Ogni opera trae origine da un’idea o un ricordo dell’artista, suscitati in maniera spontanea da scene di vita quotidiana dei bambini presenti nella sua vita. Dopodiché, viene sapientemente realizzata nei materiali che costituiscono la firma della scultrice: “cemento, filo metallico e aria”.

Così, l’artista conferisce ai suoi bambini un’armonia equilibrata di perentorietà e scioltezza. La maglia metallica, intrecciata al fine di creare deliziosi abitini colorati, avvolge teneramente gli arti del bambino, che grazie al virtuosismo tecnico dell’artista, acquisiscono, nonostante la durezza del cemento, una morbidezza fedele a quella naturale. 

In alcuni casi, le statue vengono corredate da oggetti diversi, quali ombrelli, skateboard, animali e mazzi di fiori, che contribuiscono a creare la scena e a orientare l’attenzione del visitatore. L’inattesa formulazione materica selezionata per la resa delle sue sculture si concretizza nella scelta dell’artista di lasciar incomplete le sue opere, senza testa o altre parti del corpo, che vengono rimpiazzati dal vuoto.

Infatti, fine ultimo della sua attività artistica è indagare il linguaggio del corpo nei bambini come forma di comunicazione più pura, in quanto inconscia e quindi genuina. La gestualità non controllata tradisce le reazioni naturali e lo stato emotivo del soggetto, sotto forma di segnali non verbali trasmessi senza filtro.

Di conseguenza, per meglio porre enfasi sull’autenticità del fenomeno nei bambini, l’artista sceglie di non fornire alle sue sculture una testa: in assenza del volto, il visitatore è comunque in grado di cogliere la personalità del bambino grazie ai rimandi inconsapevoli generati dalla postura e dalla posizione di mani e piedi, che assumono così una rilevanza centrale.

Diventa facile per l’osservatore attento riconoscere un bimbo coraggioso, con le braccia rigide lungo i fianchi e i pugni serrati, mentre cerca di saltare da un sasso all’altro, da uno più timido, che, esibendosi in concerto, stringe un microfono, incrociando i piedini.

Kilde riflette l’importanza nevralgica delle estremità corporee all’interno delle sue sculture, le quali vengono corredate da arti in cemento. L’artista sceglie questo materiale per rendere la gestualità di mani e piedi, iscrivendone la morbidezza naturale su di un supporto duro, in modo da intrappolarla in un attimo perenne e assoluto.

L’indefinitezza dei confini della scultura contrapposta alla linea precisa dettata dell’intarsio dei fili metallici ricorda le specificità della tecnica del disegno, trasformando la statua nella proiezione di uno schizzo non portato a termine. Automaticamente, la scultura così inserita nello spazio lo influenza, modellandolo e facendone parte integrante della narrativa dell’opera, la quale diventa un’installazione artistica che cattura chiunque si soffermi a osservare. Il visitatore è così catapultato all’interno di un ambiente a metà tra il bidimensionale e la realtà a tre dimensioni, il quale pone luce sulla similarità tecnica vigente tra scultura e disegno, contrasto che l’artista abilmente racchiude nelle sue opere.

Chi osserva è prontamente chiamato a portare a compimento l’opera di Kilde attraverso la fantasia e il ricordo, attribuendo alla scultura un volto, immaginario o proveniente dal proprio passato. Il visitatore è invitato dolcemente ad immedesimarsi con il soggetto rappresentato e, vestendo i panni presi in prestito dal bambino-esploratore che ha davanti, a rivivere i momenti più felici della propria infanzia.