Una chiacchierata in Galleria con Raffaella Cortese

Raffaella Cortese - Nazgol Ansarinia

Presso la Galleria Raffaella Cortese, Milano

Come si vende un’emozione? Che prezzo si può attribuire alla bellezza? Come si fa a credere ad un pensiero?

Noi di WoMA lo abbiamo chiesto a Raffaella Cortese, proprietaria delle tre omonime gallerie in Via Stradella a Milano. Un’anima gentile e appassionata, fedele alle proprie convinzioni nonostante i profondi cambiamenti che il mondo dell’arte contemporanea sta attraversando. Ecco la nostra intervista ad una donna straordinaria, la cui dedizione ai propri artisti e la cui consapevolezza delle proprie responsabilità verso i collezionisti sono prova che genuinità e sincerità, nel mercato dell’arte, sono attributi possibili oggi, e chiavi per il futuro.


WoMA: Raffaella, quali sono stati gli eventi che l’hanno portata a scegliere di diventare gallerista? Quali aspetti della professione l’hanno attratta maggiormente?

Sono state le esperienze del passato a farmi capire quello che stavo cercando. L’arte è sempre stata una passione che ho fortemente sentito, per questo ho intrapreso prima il Liceo Artistico e poi l’Accademia di Belle Arti. Non mi sono mai sentita abbastanza geniale per diventare un’artista, ma sapevo di voler lavorare nel mondo dell’arte. Non avendo ancora le idee ben chiare, decisi di fare un po’ di esperienza lavorando gratuitamente in un paio di gallerie qui a Milano ed è stato così che, inevitabilmente, mi sono innamorata di questa professione. Anche se tutt’oggi reputo l’apprendistato un’occasione preziosissima per chi voglia muoversi in questo campo, la necessità di riuscire a mantenermi economicamente mi spinse poi a lavorare per una casa d’aste milanese. Quell’esperienza è stata veramente brutale ma è servita a farmi capire che l’aspetto monetario del mercato dell’arte non è essenziale e che esso, ai miei occhi, non sarebbe stato mai predominante.

Queste avventure, così diverse tra loro, mi permisero di operare una cernita del ventaglio di professioni che si prospettavano davanti a me, indirizzandomi verso il mondo delle gallerie.

Più tardi, ho avuto poi la fortuna di lavorare per cinque anni in una galleria che si occupava di Arte Futurista: sono stati anni intensi e molto positivi. Arrivata a quel punto sentivo però il bisogno di mettermi in proprio. Amo l’arte di ogni periodo storico, e dal momento che lavorare nell’ambito del moderno richiedeva degli investimenti consistenti, che all’epoca non potevo permettermi, la mia scelta ricadde sull’arte contemporanea. Non provenendo da una famiglia legata al mondo dell’arte e non essendo di Milano, aprire una galleria è stata una vera avventura che mi ha costretta a mettermi totalmente in gioco, costruendo il mio futuro giorno per giorno. Pensate che, quando il mio inquilino se ne andò, trasformai le stanze vuote dell’appartamento dove avevo vissuto da studentessa in spazio espositivo, adattando il bagno a studio; poi ad un’asta giudiziaria acquistai un appartamento nello stesso palazzo e lo feci diventare una project room e un magazzino (nonostante si trovasse al quinto piano!).

Barbara Bloom
Barbara Bloom

WoMA: Oggi la galleria Raffaella Cortese ha tre sedi. Quale è stato il percorso evolutivo che l’ha portata fino a questo punto?

 Anno dopo anno, ho avuto la dimostrazione che sono sempre l’artista e l’arte che decidono il cambiamento di sede di una Galleria. Avevo già collaborato con Roni Horn, realizzando delle mostre ma limitandomi a quantità molto limitate dei suoi lavori e dei suoi libri. Il rapporto tra noi è maturato, e lei mi propose una serie bellissima di 36 opere, che purtroppo non potevo esporre nello spazio che avevo a disposizione. Mi misi alla ricerca di un luogo adatto a questo progetto, e girando per questa zona trovai quella che sarebbe diventata la seconda sede della mia galleria, al numero 7 di via Stradella. I locali erano fatiscenti perché abbandonati da una decina di anni, ma visto il prezzo veramente molto economico colsi al balzo l’occasione e li acquistai, facendomi poi aiutare nella ristrutturazione da un’amica architetto. Fu qui che realizzai la prima mostra di Roni Horn, riuscendo a vendere l’intera installazione ad un’ottima collezione. Gli altri due spazi sono arrivati in seguito, per l’esigenza di disporre di luce naturale e anche per poter attrarre i passanti. Mi piace molto questo quartiere: ho una passione per gli edifici di questa zona, che penso abbia poi un’atmosfera quotidiana molto vivace. Mi piace molto quando i passanti entrano in galleria, spinti dalla semplice curiosità e magari un po’ confusi sull’assenza di un biglietto d’ingresso da pagare. È un buon segno perché, anche se dirlo fa un po’ retrò, ogni galleria ha un ruolo educativo; penso che anche solo incuriosendo lo sguardo di un passante essa realizzi un’offerta, non solo commerciale ma anche propriamente culturale.

WoMA: Tra le esposizioni organizzate nei tre spazi si avverte una forte coerenza e una profondità nella ricerca degli artisti, elementi che guidano lo spettatore attraverso percorsi narrativi dalle tematiche affini tra loro. Come riesce a trasmettere questa percezione?

 Ho sempre sentito un forte legame sia con l’arte che con la letteratura, un legame che si è espresso in diversi modi nella mia carriera. Ad esempio, sapete che ho incontrato Roni proprio grazie alle poesie di Emily Dickinson? Nei primi anni di attività, ho iniziato a fare un ciclo di mostre collettive che s’ispiravano, a volte anche nel titolo, a letture che avevo fatto e che mi avevano ricordato delle opere o degli artisti. Tentativi di collettive molto ingenui, lo riconosco, ma mi piacevano moltissimo.

Amo però di più realizzare mostre personali degli artisti, creandole assieme a loro. Le attuali sono tre combinazioni di altrettante artiste, con le quali ho un rapporto differente. C’è una nuova artista iraniana, Nazgol Ansarinia, che fa dei collages davvero molto belli. Poi c’è un’artista della quale ho già fatto alcune mostre, Ana Mendieta: di lei sono esposti alcuni disegni, risalenti al suo periodo romano. Sono tra le sue opere più belle secondo me, ma chissà come sono difficili da vendere. Ma questo non mi demoralizza, anzi: di un artista amo esplorare gli aspetti più profondi, quelli che sono stati sottovalutati, che sono ancora un po’ oscuri, che il mercato non ha valorizzato. Infine c’è Silvia Bächli, con dei meravigliosi acquerelli su carta. Sono tre donne di generazioni e di provenienze diverse ma secondo me dai curiosi rimandi reciproci.

WoMA: Il mondo dell’arte contemporanea è popolato da un numero sempre crescente di nuovi artisti, spesso molto giovani. Come si sceglie una nuova proposta? E come può una gallerista distinguere tra un artista e un dilettante che si considera tale?

È più facile scegliere un artista tra quelli che hanno già una carriera alle spalle (i cosiddetti mid-career), perché si è potuto leggere e vedere di più su di loro, ed è quindi più difficile fare una scelta sbagliata. Con gli artisti giovani è molto diverso. Il mio processo di selezione inizia appena vedo qualcuno di interessante in una fiera o in una mostra: in quel caso, molto semplicemente, mi segno il suo nome sul mio taccuino. Lascio poi passare del tempo, lo studio, chiarisco i dubbi che ho, capisco se mi piace ancora. Se lo vedo nuovamente e mi colpisce un’altra volta, vuol dire che c’è davvero in lui qualcosa di affascinante e così mi metto in contatto con lui. Una volta instaurato il rapporto, nasce una collaborazione e si crea un progetto assieme. È chiaro che tale rapporto col tempo può evolvere e può magari portare entrambi ad intraprendere percorsi diversi, poichè gli artisti giovani spesso cambiano stile e le loro nuove opere possono non rispecchiare quello che attraeva all’inizio.

Questo però mi è accaduto raramente, non è mai successo che abbia coinvolto un artista per un solo progetto. Ogni proposta che faccio è una proposta seria, perché sento la responsabilità delle scelte che faccio. Se inizio una mostra è perché ci credo e voglio instaurare un rapporto a lungo termine con l’artista, e non perché penso che lo possa poi eventualmente abbandonare. Sono passionale e, se un progetto mi piace, mi ci butto a capofitto, consapevole che ci sarà sempre tanto lavoro da fare, e che ci sarà bisogno di tempo, oltre che di denaro e di energia. Anche nel caso di Nazgol, ad esempio, la mia partenza è come sempre fatta di prospettive, perché sono partita con la missione di farla conoscere qui in Italia e di portare avanti dei progetti con lei in futuro.

Il tempo necessario per valorizzare un artista dipende molto dal lavoro ma anche dalla fortuna che si ha durante il percorso. Ad esempio, se durante la mostra un curatore prova interesse e l’artista viene invitata a fare una mostra pubblica, le cose naturalmente viaggeranno più velocemente. Generalmente c’è sempre un periodo di partenza di 2-3 anni, che può variare in base alle circostanze e alla fortuna (che però qualche volta può essere incoraggiata!).

Ana Mendieta
Ana Mendieta

WoMA: Quanto pesa la domanda nel proporre un artista? Le è mai capitato di dover scegliere di esporre qualcuno perché sapeva che sarebbe stata una vendita di successo?

Nel mondo dell’arte contemporanea ci sono due modi per scegliere gli artisti: in base al business e alle tendenze, oppure facendo una propria proposta. Io ho sempre cercato di seguire quest’ultimo metodo, portando gli altri dentro la mia rete attraverso scelte che sentivo giuste e di qualità. È un percorso sicuramente più difficile, ma si possono incontrare compagni di strada molto affezionati e affiatati.

Alcuni degli artisti che espongo, lavorano con gallerie che sono a tutti gli effetti vere e proprie multinazionali. Mi chiedo sempre se sarò in grado di resistere a queste super potenze, e non so darmi una risposta se non che forse è ancora l’artigianato – che in Italia è sempre stato un fattore vincente – ciò che fa la differenza. Continuo a pensare che gli artisti siano la figura centrale dell’intero sistema, quindi non cerco solo di vendere le loro opere ma mi sforzo di creare delle mostre, di fare progetti più ampi insieme a loro. Fortunatamente, grazie al rapporto che abbiamo instaurato, questi artisti continuano a lavorare con me, anche se chiaramente diventa più difficile per me e per il mio collezionista rapportarsi alle quotazioni più alte come quelle proposte da questi giganti del mercato.

WoMA: Alla luce della Sua esperienza in questo settore, qual è la sua visione sul mercato dell’arte contemporanea? Che direzione sta prendendo il mercato?

Ultimamente, sto riflettendo molto su cosa sia il “gusto” e su come venga presentato. Le gallerie che oggi stanno avendo più successo sono quelle che espongono artisti di tendenza e estremamente di moda, quelle dove l’idea di gusto non ha spazio e non è rintracciabile. Forse è un concetto un po’ démodé, ma questo è esattamente il contrario di ciò che voglio accada qui. Quando scelgo gli artisti da proporre, non posso fare a meno di prendere tali decisioni in base alla mia personalità e al mio gusto. L’arte è un valore aggiunto incredibile che, se lo si sa cogliere, risulta inestimabile rispetto al valore economico. Nel mio lavoro c’è questa componente, e fortunatamente noto che le persone la percepiscono.

Anche le case d’asta stanno acquisendo sempre più potere. Hanno assunto anche dei ruoli che una volta erano prettamente delle gallerie (ad esempio, intraprendendo vendite private e offrendo molti altri servizi per il miglioramento della qualità dei loro cataloghi) ed ormai controllano un mercato enorme. La loro è una realtà sempre più forte e a me, come a molti dei miei colleghi, dispiace che favoriscano gli artisti di tendenza e più speculativi, invece di quelli la cui qualità è innegabile.

Un altro fondamentale attore sulla scena dell’arte contemporanea è Internet. La rivoluzione tecnologica e dei social media è enorme e sta cambiando il nostro modo di pensare, ma credo anche che abbia reso il mondo iper-dinamico ed ansiogeno. Oggi va tanto di moda parlare di arte, ma non si sente mai parlare di cultura. Si parla tanto di dove un artista è stato esposto, di quanto sia trendy, di quanto sia glamour, ma non si fanno più discorsi in merito ai contenuti dell’arte stessa. A mio avviso questo è molto grave, perché gli artisti creano pur sempre delle opere che hanno dei significati: in tale ottica dove si collocano le persone che stanno incollate per ore ai siti e comprano arte online? L’arte rimane inscindibile dalla sua emotività. Faccio fatica a vedere una piattaforma online come un integrale sostituto delle emozioni. Siamo esseri umani e se non c’è lo sguardo, se non c’è nulla che faccia vibrare un qualcosa dentro di noi, com’è possibile apprezzare veramente un’opera? L’arte va guardata, perché l’arte è un’emozione che accende l’intelligenza e il pensiero. Ricordiamo che anche gli artisti sono esseri umani, e hanno bisogno di tempo per creare il loro lavoro. Non a caso, le opere più intense sono quelle che hanno ancora bisogno di tempi di realizzazione più lunghi, e queste sono atti coraggiosi di artisti che decomprimono il tempo sottraendosi alle logiche del mercato e della produzione.

Ogni galleria ha una propria identità, che rispecchia molto la personalità del suo gallerista, il suo gusto, il filo narrativo che ricerca dietro le opere. Cosa cerca di rivelare di se stessa tramite le sue scelte artistiche?

Dietro il mio lavoro c’è sicuramente molto della mia personalità, dei miei desideri, delle mie paure e dei miei interessi. Ma in primis sono sempre l’opera e gli artisti a parlare.

Dopo vent’anni di attività, mi è sorto spontaneo chiedermi che cosa volessi diventare in futuro. Davanti a me si spalancavano due opzioni: potevo crescere ancora, aprendo magari una sede all’estero, oppure potevo continuare a fare un lavoro in profondità e nel mio Paese, pur consapevole della realtà che sta cambiando attorno a me. Per il momento, ho deciso di proseguire in questa seconda direzione. Ho ancora delle idee, delle passioni, degli artisti che mi danno soddisfazione, delle relazioni da far maturare e altre ancora da stringere, e non vorrei perdere questo piacere che mi ha fatto scegliere di lavorare in questo settore come gallerista. Se non fosse più sostenibile continuare in questa direzione con la mia idea di progettualità, mi inventerò o farò qualcosa di diverso, ma sicuramente non sarà nulla di natura commerciale e finanziaria. Questo sistema è fin troppo inquinato dalla speculazione, e anche se le gallerie più grandi e di maggior successo sono organizzazioni finanziarie, io non ho scelto di fare la gallerista per questo motivo.

Raffaella Cortese
Raffaella Cortese

Anni Wu, Elisabetta Galvagni